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Aiace Torino | Associazione Italiana Amici del Cinema d'Essai

Testimonianze

Una serie di testimonianze raccolte nel 2008, in occasione del quarantennale dell’A.I.A.C.E.

 

 

 

Federico Peiretti

Fondatore dell’A.I.A.C.E Torino

Il cinema d’essai, in Italia, è nato nel Sessantotto. Un momento di grandi passioni e di grandi illusioni. Ogni film si discuteva prima, nel “dibattito” che seguiva la proiezione, e poi con gli amici. Il film aveva un valore politico e culturale che oggi ha perso. È stata una bella avventura con momenti straordinari. Ricordo la folla, fuori della Galleria d’Arte Moderna, chiusa per il tutto esaurito, con i cinefili più arrabbiati che tentavano di scalare le cancellate, per vedere un film di Dreyer. Oppure le “belle di notte” che, alle cinque del mattino, finito il  lavoro, tentavano di forzare le porte del cinema Erba, stracolmo, per la rassegna delle “notti al cinema”, rivendicando il loro diritto ad entrare.
Il mondo è cambiato ed è cambiata anche l’Aiace, che conserva, però, la sua forza e la sua capacità di intervento in un mondo in cui l’immagine è sempre più importante.

 

Gianni Pilone

Fondatore dell’A.I.A.C.E Torino, esercente del Cinema Centrale, primo cinema d’essai torinese.

Era la fine del 1967. Io e un gruppo di amici – professionalità, culture e interessi diversi – uniti dalla passione per il cinema, dopo tante parole, decidemmo di rompere gli indugi e dare vita, finalmente, alla sezione torinese dell’Aiace. Le case di noleggio film non credevano alla nostra iniziativa, a loro dire era velleitaria e senza prospettiva di durata. Gli unici film che ci vennero messi a disposizione provenivano da cineteche o distributori alternativi. Nonostante tutto, decidemmo all’unanimità di annunciare l’inizio della prima stagione d’essai torinese. L’inaugurazione, d’accordo col Sindacato Critici Cinematografici, fu con il film “Fuochi Nella Pianura” di Ichikawa, in lingua originale con sottotitoli. Il dado era tratto! Incredibilmente, e non osavamo credere ai nostri occhi, file al botteghino e spettacoli con posti esauriti. Nella prima settimana circa 3000 presenze: un successo da film di cassetta. Timidamente qualche distribuzione iniziò a proporci film di prima visione e così i programmi divennero più interessanti e attuali. Eravamo, è bene ricordarlo, alla fine degli anni ’60 . Anni di grandi fermenti giovanili. Gli anni in cui una parte di pubblico incominciò ad affacciarsi , talvolta anche con diffidenza, ad un cinema diverso, di qualità. Questo è stato il grande impegno, e merito, di quegli anni: rompere quella diffidenza. Sono certo che in quei primi periodi si gettarono le basi di una associazione vitale, indipendente, molto attenta alle trasformazioni del mondo dello spettacolo, ma sempre “dalla parte dello spettatore”. Uno slogan che negli anni è diventata  la bandiera dell’A.I.A.C.E..

 

Gianni Rondolino

Componente del direttivo storico dell’A.I.A.C.E Torino
Quarant’anni sono tanti e il 1968 sembra veramente molto lontano. Torino è cambiata, il cinema è cambiato, soprattutto è cambiato il cinema a Torino. Allora eravamo un gruppetto di amici, amanti e studiosi di cinema. C’era stata la stagione dei cineclub, quella, breve ma intensa, del Romano di Renzo Ventavoli, il primo accenno di un insegnamento universitario. Si trattava ora di creare un vero cinema d’essai, sull’esempio francese. Nacque così l’A.IA.C.E. torinese. Un periodo di grande entusiasmo, che si andò un poco spegnendo a mano a mano che l’associazione si andava “burocratizzando”. Ma era naturale, e direi necessario, che l’Aiace divenisse quello che è oggi, organizzata e stimolatrice di iniziative didattiche e culturali. Rimane tuttavia una leggera nostalgia, ma anche la soddisfazione di aver dato vita a un organismo estremamente vivo e vitale.


 

Gianni Volpi

Componente del direttivo storico dell’A.I.A.C.E. Torino, presidente 1989-2013 dell’A.I.A.C.E. nazionale.
La nascita dell’A.I.A.C.E. e del cinema d’essai in Italia (di cui l’Aiace ha a lungo detenuto addirittura il brevetto) coincide con la scoperta dei nuovi cinema. Godard, Rocha, Jancsò, ma pure Ferreri, i Taviani. Allora il cinema era parte essenziale di un processo di formazione, oggi inimmaginabile. Si parlava di immagini necessarie, necessarie dai più diversi punti di vista. Io allora dirigevo “Ombre Rosse” (allora capitava, anche a chi non aveva ancora 25 anni) che oggi è una rivista mitica, venduta a prezzi d’antiquariato, ma che allora era fatta da un gruppo di amici: Fofi (era il “vecchio”, aveva 29 anni, ma aveva giù scritto il libro suul’immigrazione meridionale a Torino), Negarville, Torri, Arlorio, Bertetto, e poi i giovanissimi Mereghetti, Rulli, Petraglia. I film si vedevano al CUC e soprattutto al Centrale che veniva da un paio di stagioni d’essai pre A.I.A.C.E.. Due sono le immagini del Centrale che restano nella memoria. Quella di un cinema affollata, in cui spesso si vedevano i film in piedi. E quella dei dibattiti con gli autori, accesi e spesso folkloristici. Ma siamo già nel ’68. Il cinema diventa  uno dei divertimenti privilegiati per la giovane generazione. C’è un legame forte tra il cinema e il movimento studentesco. Del resto anche il Maggio francese nasce alla Cinémathèque. Il Centrale, alla sera, al termine della proiezione delle dieci e mezza, era diventato uno dei luoghi deputati per le comunicazioni di riunioni e manifestazioni del giorno dopo, perché lì si è sicuri di trovare molti studenti e militanti. L’A.I.A.C.E. era già diventata il referente naturale per chiunque si occupasse di cinema a Torino. Oggi, per tanti aspetti la situazione è migliore, nel fondo è, però, più precaria. Lo spettatore comune, in realtà, ignora tutta una parte, forse la più interessante, del cinema contemporaneo. Una riprova? Dei film che, anno per anno, dal 2000 ad oggi, appaiono nelle classifiche dei dieci migliori di Positif o dei Cahiers, dunque che sono almeno degni di essere visti, ne escono in Italia tre-quattro, e perlopiù americani. Uno dei compiti dell’Aiace potrebbe diventare forse  quello di cominciare a rompere questo meccanismo perverso.


 

Alberto Barbera

Segretario regionale e direttore  dell’AIACE Torino 1978-91

Ero uno studente di provincia, timido e riservato, ancorché pieno di ambizioni e, soprattutto, di passione per il cinema, quando qualcuno mi disse che l’A.I.A.C.E. cercava studenti per compilare le schede che, in quegli anni, accompagnavano tutti i film in uscita nei cinema d’essai. Qualche anno prima, Federico Peiretti, Gianni Pilone e un gruppo di intellettuali torinesi (tra cui Piero Gobetti e Gianni Volpi) avevano creato dal nulla la sezione locale di un’associazione nazionale di pubblico che s’ispirava ad analoghe esperienze francesi. Nel nome, ricordava un eroe della mitologia greca, e qualcosa di eroico c’era davvero nella determinazione a creare un polo di cultura cinematografica senza fare affidamento su contributi pubblici (come usa oggi), ma contando unicamente sui proventi del tesseramento. In cambio della tessera agli spettatori venivano offerti : riduzioni nelle sale, informazioni sui film, incontri con i registi, anteprime, rassegne dedicate, pubblicazioni a basso costo. Oggi sono il pane quotidiano dell’attività di cinecircoli, cineteche e sale pubbliche, ma all’epoca erano proposte tutt’altro che scontate.
A metà degli anni ’70, l’A.IA.C.E. era all’apice del suo successo e rivaleggiava con il Movie Club in iniziative e capacità di promuovere la cultura cinematografica presso il pubblico dei cinefili. Cinque o sei anni dopo l’avvio della mia collaborazione, ne sarei diventato il segretario regionale. La mia formazione professionale, insomma, si è compiuta all’interno di quelle mura: nell’angusta stanzetta messa a disposizione dalla Galleria Martano prima, nei locali (di poco più ampi) della Galleria Subalpina per i molti anni a seguire. La collaborazione alla Gazzetta del Popolo e, soprattutto, con il Festival Internazionale Cinema Giovani, sarebbero venuti solo dopo. O forse, chissà, non sarebbero venuti per nulla, se non mi fossi fatto le ossa in quel modo. Per questo, credo di dover riconoscere che ciò che l’A.I.A.C.E mi ha dato è molto di più di quanto io stesso abbia dato all’A.I.A.C.E con il mio lavoro. Per questo ne conservo un ricordo indelebile: con un misto di riconoscenza, affetto e comprensibile nostalgia.